lunedì 16 dicembre 2013

Quando gli alimenti favoriscono il colon irritabile

Quando gli alimenti favoriscono il colon irritabile 

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Per chi soffre della classica "colite" - con questo termine viene definito volgarmente il colon irritabile - occorrerebbe fare attenzione anche ai carboidrati. In particolare a quelli a catena corta, che entrano in diretto contatto con il microbiota intestinale e quindi vengono "sottoposti" a trattamenti specifici da parte dei batteri eubiotici. Il risultato può essere un eccesso di fermentazione, che provoca la formazione di gas, la successiva tensione dell'intestino che quindi provoca dolori addominali. Sarebbe questo il meccanismo fisiopatologico alla base del colon irritabile, almeno stando a quanto riporta una ricerca condotta all'Università Monash di Melbourne, apparsa su Gastroenterology. L'indagine ha preso in esame trenta pazienti con colon irritabile confrontando gli effetti di una dieta a basso contenuto di alimenti ricchi in carboidrati a catena corta, in confronto a quanto avveniva in una popolazione di controllo del tutto normale. In seguito alla dieta la situazione clinica dei pazienti è migliorata, con una diminuzione dei disturbi legati al colon già dopo pochi giorni di trattamento. Il problema è che per arrivare ad un'alimentazione povera di carboidrati occorre eliminare dall'alimentazione quotidiana numerosi alimenti, a partire dai derivati del frumento per arrivare fino ai formaggi freschi e a vegetali come quelli della famiglia delle crocifere e a frutta di uso diffuso, come mele e pere. Per questo, secondo Silvio Danese, responsabile del centro di ricerca e cura delle malattia infiammatorie croniche intestinali presso l'Istituto Humanitas di Rozzano, occorre attenzione prima di prescrivere una dieta di questo tipo da sostenere per tempi prolungati. "E' necessario valutare gli effetti a lungo termine delle restrizioni suggerite sui sintomi del colon irritabile" - ricorda l'esperto, sottolineando come sia necessaria "una valutazione multidisciplinare per non creare problemi nutrizionali nel tempo".
Colon Irritabile

venerdì 22 novembre 2013

Una nuova via per affrontare l’ipertensione

Una nuova via per affrontare l’ipertensione
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Sempre più spesso in medicina i progressi per individuare possibili cure di patologie estremamente diffuse nascono dalla ricerca sulle malattie rare. A questa regola non sfugge lo studio condotto dal gruppo di Luca Rampoldi dell'Istituto Telethon Dulbecco del San Raffaele di Milano, pubblicato su Nature Medicine, che partendo proprio da una rara malattia renale fa ipotizzare una possibile cura futura per l'ipertensione. La ricerca ha infatti fatto luce su un meccanismo che collega l'uromodulina, proteina presente nelle urine, a un rischio maggiore di sviluppare ipertensione arteriosa e danno renale. Il punto di partenza di questo lavoro è stata la scoperta che alcune varianti comuni del gene dell'uromodulina, in particolare della regione che ne regola l'espressione e quindi la produzione, sono associate ad un rischio maggiore di sviluppare ipertensione e danno renale nel corso della vita. In questo studio sono state individuate le basi biologiche di tale associazione. Analizzando decine di biopsie renali e centinaia di campioni di urine di persone con pressione arteriosa e funzionalità renale normali, gli studiosi hanno visto che i livelli di uromodulina variavano in base a precise sequenze nel DNA. In particolare, le persone che avevano delle varianti in grado di metterle "a rischio" di pressione alta o danno renale producevano molta uromodulina, al contrario dei portatori delle varianti protettive. In che modo quindi un alto livello di espressione del gene aumenta il rischio di ipertensione? Studiando i topi i ricercatori hanno visto è emerso che un aumento della produzione di uromodulina determina la comparsa di ipertensione già in giovane età, ma soprattutto hanno individuato una possibile soluzione, probabilmente perché la proteina favorirebbe il riassorbimento di sale e acqua a livello renale.
Ipertensione